Prefazione

di Salvatore Ferlita


Chissà se il padre domenicano Domenico Canalella sognò mai di incontrare, magari andando a celebrare messa, oppure durante una passeggiata, il fantasma di Dante Alighieri...
Quello che a tutta prima può sembrare un interrogativo peregrino e bizzarro, non è poi così strambo, se è vero che il grande Carlo Porta un giorno immaginò che gli apparisse, fuori di Porta Ludovica, niente meno che l'ombra di Torquato Tasso. E alla presenza dell'autore della Gerusalemme liberata, il Porta, umile poeta dialettale, non poteva che sentirsi inadeguato e stordito.
Questo incontro vagheggiato dall'autore de La Ninetta del Verzee non era poi del tutto campato in aria: aveva un suo retroterra. Il Porta, infatti, aveva svolto il suo praticantato poetico nella qualità di servitore del grande Domenico Balestrieri, il quale, poeta settecentesco e accademico dei Trasformati, aveva dedicato gran parte della sua vita alla traduzione in milanese della Gerusalemme. E in questa ardua e perigliosa impresa, non era stato il solo: basti leggere il capitolo del primo dei tre volumi dei Meridiani Mondadori, intitolati La poesia in dialetto, che Franco Brevini ha dedicato al Tasso tradotto: "Quanti Poetta / han faa la scimbia al Tass".

Tra i numerosi travestimenti dei classici, un posto di tutto rispetto lo occupano le versioni dialettali della Divina Commedia. A questo proposito, c'è da dire che il primo esperimento di traduzione dantesca rappresenta anche il capolavoro nel suo genere. È quello che accade, come scrive Brevini, con la versione del Porta di alcuni canti dell'Inferno, che risale agli anni 1804-5.
Ma per tornare al nostro Canalella, all'inizio ci si chiedeva se questi vagheggiò mai un incontro col simulacro di Dante, visto che per diversi anni fu impegnato nella traduzione in dialetto siciliano del capolavoro dell'Alighieri. Proviamo a immaginare noi quell'incontro: quale sarebbe stata l'espressione del viso del sommo poeta, trovandosi al cospetto di colui il quale aveva avuto l'ardire di traghettare il suo volgare dalle sponde toscane a quelle siciliane?
Certo, Domenico Canalella aveva alle sue spalle altri esempi di travestimenti dialettali: ad esempio, la traduzione veneziana di Giuseppe Cappelli (La Divina Commedia di Alighieri, tradotta in versi veneziani e annotata da Gius. Cappelli, Tipografia del Seminario, Padova 1875), preceduta nel 1860 dall'Inferno di Dante esposto in dialetto milanese da Francesco Candiani (Salvi Editore, Milano). Un anno dopo si ebbe, sempre in milanese, una nuova traduzione dell'Inferno. Alla traduzione integrale della Commedia, ancora in versi milanesi, ci ha pensato, parecchi anni dopo, l'avvocato e poeta Ambrogio Maria Antonini, autore di un vocabolario milanese-italiano, il quale, guarda caso, vanta tra i riconoscimenti ottenuti per la sua attività artistica il premio Carlo Porta.
Nel 1870, invece, veniva stampata a Ferrara presso la tipografia dell'Eridano la traduzione in dialetto ferrarese della Commedia, firmata da Luigi Napoleone Cittadella. E nello stesso giro di anni in cui Canalella lavorava alla sua traduzione, il sacerdote don Giuseppe Blasi cominciava a travestire in dialetto calabrese la Divina Commedia. E sempre in ambito calabrese, nel 1874 Francesco Li Marzi pubblicava la traduzione del Paradiso. Ma abbiamo anche una traduzione in dialetto cosentino della Commedia, allestita da Salvatore Scervini di Acri (Brenner Editore, con la presentazione di A. Piromalli). Esiste poi una traduzione in dialetto genovese delle tre cantiche, ad opera di padre Angelico Federico Gazzo (siamo agli inizi del Novecento), mentre Giulio Veronesi ha pensato al travestimento in dialetto bolognese (Bologna, Ettore Neri 1937, con la prefazione di Giuseppe Lipparini).
Per concludere questa veloce rassegna, che però non ha nessuna pretesa di completezza, vanno citate le versioni in dialetto romagnolo e in quello veneto, rispettivamente di Filippo Monti e di Emanuele Munari, il quale, come lui stesso scrisse, "ha libaramente voltà in dialeto padoan la Divina Commedia di Dante Alighierià.
In Sicilia, accanto a Domenico Canalella, tra gli altri Filippo Guastella, nato a Misilmeri nel 1862, diede alle stampe nel 1923 una traduzione della Commedia in dialetto siciliano, che così comincia: "Iuntu a mità di vita, una nuttata / nta un voscu mi trovai spersu e cunfusu, / sgarratu avennu la diritta strata".
In ambito messinese, invece, Rosa Gazzarra Siciliano in tal modo fa iniziare il cammino di redenzione e riscatto dell'Alighieri: "'Mnenz'a lu viaggiu di la nostra vita / mi ritrovai 'ntra 'na furesta scura, / ch'a strata d'a virtù avia sperduta": (Carboneditore, Messina 1986).
Ma diamo ora voce a Domenico Canalella: "'Nt 'u mezzu d'u caminu di la vita / 'ntra un voscu scuru iu mi ritrovai, / ca a un trattu la via dritta avia smarrita": così il padre domenicano, nel pieno rispetto della struttura in terzine e del numero dei versi dell'originale, apre la sua felice versione in dialetto siciliano della Commedia. Felice perchè non forza la lingua del sommo poeta, cospargendola invece di una patina dialettale quasi trasparente, ma non per questo insipida. Si sa che le versioni dialettali dei classici possono oscillare tra un massimo e un minimo di distanza dall'originale: alle traduzioni fedeli, quasi interlineari, si contrappongono quelle in cui a dominare sono la contraffazione e la parodia. La Commedia del Canalella può essere ascritta al primo blocco, senza per questo fungere da diaframma quasi diafano. Agli specialisti l'ardua sentenza, riguardo ai risultati ottenuti, ai rilievi lessicali e linguistici che la traduzione del Canalella presenta. Sta di fatto che l'operazione del padre domenicano si colloca in un solco ben definito: quello appunto del travestimento dialettale dei classici, che rappresenta un vero e proprio capitolo, come ha già scritto il Brevini, della nostra storia letteraria.

A questo punto, però, sorgono alcuni interrogativi: perchè tradurre la Divina Commedia in dialetto? Per quale motivo mettersi a rischio in una simile impresa? Una domanda del genere se l'era già posta don Giuseppe Blasi, autore della traduzione in dialetto calabrese; e questa era la sua risposta: "Riuscirà certamente utile una traduzione vernacola del Divin Poema agli umili popolani che conoscono bene solo il proprio dialetto e, pur avendo ingegno e gusto per l'Arte, non assimilerebbero mai altrimenti quel gran tesoro di dottrina morale che è nella Divina Commedia". E poi aggiungeva: "Utile, probabilmente, sarà agli studenti una versione dialettale scrupolosamente fedele anche alle sfumature del pensiero dantesco, benché essi attraverso la selva dei commenti sappiano leggere e decifrare il volgare illustre..." Selva dei commenti, dunque: una selva che infastidiva anche Leonardo Sciascia, il quale su "L'Ora" dell'8 maggio 1965 così scriveva: "I commenti scolastici sono in gran parte di una spaventosa insulsaggine, si esauriscono nell'indicare bellezze che ciascun commentatore ritiene nascoste o velate, soltanto schiuse al suo acume e alla sua sensibilità. L'impressione che mi resta del Dante fatto a scuola posso esprimerla con un verso di Lorca: "la vemos llenarse de agujeros sin fondo" - l'ho visto riempirsi di buchi senza fondo: i buchi della poesia, o i buchi della non poesia (che è la stessa cosa). Perché questa è la realtà: a forza di succhiellare poesia e non poesia, Croce e i crociani hanno ridotto la Divina commedia come un colabrodo. E la scuola continua questa nefanda operazione. Per fortuna Dante, coi suoi sette secoli, è più forte dei dantisti, dei professori, dei crociani". Forse Leonardo Sciascia, alla stessa stregua di padre Blasi, avrebbe preferito la traduzione in dialetto siciliano della Commedia agli insulsi commenti delle edizioni scolastiche.

Ma torniamo alle questioni del travestimento: chi traduce un classico non già in un'altra lingua, bensì in un dialetto (oggi un'operazione del genere ci appare quasi senza senso, per lo meno gratuita), deve avere la consapevolezza di essere in possesso di uno strumento, in questo caso la lingua e la cultura siciliana, in grado di reggere la prova. Ha scritto Franco Brevini che la traduzione per il dialetto è "una prova di forza, una dimostrazione delle sue chances. A tutta prima si può dire che il dialetto di cui si è servito Domenico Canalella la prova l'ha superata, eccome.
Ma, ancora, ci si chiede: perché il poema dantesco è stato investito da un vero e proprio furor traduttorio? Forse per la popolarità intrinseca che la Commedia possiede. Dante è grande perché è riuscito a inventare un linguaggio universale, e il latino gli ha offerto quel di più che da solo il volgare non poteva avere. In forza di tutto ciò, l'Alighieri ha però puntato sul nuovo, sul volgare quotidiano, come una volta ha detto Domenico De Robertis; un volgare policromo, epico e insieme democratico, dall'assoluta varietà. In più, c'è l'empito profetico, che faceva parlare il sommo poeta a tutti gli uomini, mostrando loro l'al di là, affinché capissero meglio l'al di qua.

A proposito di popolarità, in questa sede non si può ignorare la fortuna della Commedia all'estero: basta passare in rassegna le traduzioni, più o meno recenti, in giapponese, danese, slovacco, arabo, persiano. E poi una curiosità: da poco tempo è uscito il romanzo di Matthew Pearl intitolato Il circolo Dante (Rizzoli): siamo nell'anno di grazia 1865 a Cambridge, cittadina sede dell'università di Harvard. Quattro uomini sono alle prese con un testo letterario che scotta: la prima traduzione americana della Commedia di Dante. Intanto, dall'università arriva l'ordine del rettore di interrompere la traduzione. C'è qualcuno che ha paura di Dante nell'America del diciannovesimo secolo. Così comincia, a cavallo tra verità e invenzione, il romanzo di Pearl, nel quale alle fobie dantesche si aggiungono i problemi legati al razzismo e le morti orrende inflitte da un pazzo assassino alle sue vittime, ricalcate sui tormenti dell'inferno dantesco. Questa miscela esplosiva fa del libro del giovanissimo scrittore americano un thriller dotto e ingegnoso.
Dal canto suo, la cada editrice Mondadori annuncia l'uscita di La mano di Dante, di Nick Tosches. Viene alla mente, a questo punto, il titolo di un articolo del Renier, di uno fra i più autorevoli maestri universitari dei primi del Novecento: "Dantofilia, Dantologia, Dantomania".


Salvatore Ferlita



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