Salvatore Caputo


Nasce a Castell'Umberto (Messina) nel 1947. Durante gli studi liceali si avvicina alla pittura dei grandi "siciliani" che per diversi aspetti hanno filtrato le "culture extrainsula" portando il proprio contributo alla crescita della cultura figurativa nazionale e internazionale. Ed è proprio in quegli anni che ha inizio la sua attività creativa con una prima personale (Patti 1964) e la partecipazione a mostre collettive. Dopo aver conseguito la laurea in Architettura nel 1974 intensifica le mostre personali, ma soprattutto modella la propria ricerca pittorica secondo esigenze più modernamente assimilabili. Partecipa più attivamente alla vita intellettuale di Palermo che diventa momento di verifica della propria condizione di artista dedicandosi con maggiore interesse alla tecnica incisoria, litografica, serigrafica, allestisce numerose mostre personali accompagnate da collettive e partecipazioni a rassegne nazionali e internazionali.

Negli anni 1981-86 matura i temi che accompagnano la propria cultura formativa sviluppando di più il concetto di mediterraneità e calandosi sempre di più nella suggestione del mito.

Della sua opera si sono occupati con recensioni e testi critici: Sebastiano Addamo, Vito Apuleo, Fabio Bagnasco, Giovanni Bonanno, Marisa Buscemi, Bruno Caruso, Francesco Gallo, Aldo Gerbino, Pino Giacopelli, John Hart, Elio Mercuri, Tommaso Paloscia, Derna Querel, Darya Quinn, Albano Rossi, Giuseppe Servello, Luigi Tallarico.

Risiede a Palermo.


... Quale mélange avvolge il racconto poetico di Salvatore Caputo? Frantumi di statue, inquieti simboli geometrici, dilaceranti ferite, boschi silenziosi colpiti dal velo incombente delle voci, luminose valli torrentizie percorse ora da un canto di morte ora da una luce di rigenerazione, limpidi bagliori, recinti, giardini assorti e melanconici, frammenti di stelle, lune: quasi una eclissi si abbatte su un mondo in declino, diventato, paradossalmente, virtuale.Questa fedeltà ai temi apparentemente cantabili contrassegna, con decisione, la figurazione di Salvatore Caputo, la sostiene con la sua magica infrastruttura, dove la realtà appare tristemente trasfigurabile. Così l’apparenza del racconto, pur nella sua imponenza, si trasforma non tanto in "realtà" della natura, quanto in proiezione luminosa dell’anima. Avviene un po’ quello che si verifica nei poeti arabi di Sicilia, dove il genere wasf (la poesia descrittiva) transita dal manierismo della didascalia alla forma più pura del poetare. Qui la realtà, usata come modello espressivo, va perdendo a poco a poco i suoi connotati per lasciare sul foglio, sugli occhi, il liquore della sua architettura, in altri termini la sua ansia interiore. Oggi la lettura di questa produzione, filtrata da molteplici esperienze, inserita nell’intricato sistema di segnali percettivi assorbiti da Salvatore Caputo, appare disposta su due versanti di assimilazione: quello più superficiale che appaga l’occhio in quanto dalla retina diparte il messaggio; e l’altro, l’occhio, diremmo, nascosto, cerebrale, epifisario, che irradia la sua intensità indagatrice dal di dentro, per depositarsi sul limitare dei boschi, delle coste, dei vulcani. Essi non sono soltanto boschi, coste e vulcani, ma dolenti metafore generate dall’empatia di un disagio, urenti emblemi dello spirito cosparsi di nostalgia, che non va letta come semplice quanto banale ritorno al ricordo, piuttosto come necessità di un approfondimento di ciò che abbiamo perduto e, soprattutto, del perché lo abbiamo perduto. Così, e soltanto così, il recupero non sostiene il passato per il passato, ma costruisce la comprensione dell’oggi e, quindi, del futuro. A queste aspirazioni si riversa la poetica e l’estetica di questo artista siciliano, tenace nella sua visione del mondo, aperto al dialogo con una natura, che si fa sempre più dialogo con se stesso. Tutto questo lo esercita oggi, avendo maturato le attuali forme nitide, germinate da esperienze post-informali e neofigurative, affermando la sua icona dell’esistenza come magnetica apparizione; una natura che sostanzia il suo commercio spirituale, fattosi molto più intenso, più umoroso, sostenuto dai suoi annottamenti dilavati tra golfi e querceti, intrisi di mistero, di fastosa cupezza, di vitrea luminescenza.


Palermo, novembre 1996
Aldo Gerbino



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